lunedì 27 novembre 2017
Club 27: rivoluzione di massa o strumento di controllo?
Rileggendo le vicende che fanno da sfondo al Club 27, ripercorrendo i percorsi dei vari artisti che, purtroppo, appaiono nel suo elenco, e sforzandosi di osservare oltre gli scenari all’interno dei quali presero forma la maggior parte degli avvenimenti, nasce spontaneo un inquietante quesito. Si trattò di una vera rivoluzione o forse ci ritroviamo nuovamente a leggere vecchie storie già conosciute, sia pure sotto altre forme e aspetti?
Sarebbe certo inutile negare che il sistema controllò pesantemente alcuni esponenti della musica Rock, e non solo, così come corrisponde al vero il fatto che questi stessi artisti avessero una personalità fuori dagli schemi, ma ritrovandoci a trattare un tema estremamente delicato come quello del controllo delle masse attraverso le varie espressioni artistiche, il dubbio continua a rimanere; proviamo ad analizzare la situazione seguendo una diversa ottica.
Una delle tante regole che sono alla base del controllo riguarda l’osservazione e lo studio delle tendenze, ma non si tratta, come a prima vista si potrebbe intendere, di un semplice report statistico, bensì di una vera e propria catena di produzione che, sulla scorta delle esigenze delle grandi multinazionali e dei gruppi di potere, si occupa di creare le mode e i bisogni della collettività.
Nulla sfugge a questa regola, soprattutto quando si parla di comunicazione, stampa, cinema, televisione e, ovviamente, musica.
La sensazione che molte star del rock, a partire proprio dagli anni presi in considerazione da questo libro e fino ad oggi, siano in realtà personaggi legati al marketing è davvero forte e molto diffusa, così come il fatto che molte hits e tormentoni estivi siano il frutto di una attenta pianificazione.
La conclusione è che, purtroppo, non è possibile ignorare il fatto che molti di quelli che vennero e vengono definiti “i ribelli del Rock” siano stati, volontariamente o meno, inglobati dal sistema e che la stessa rivoluzione di massa possa essere stata per certi versi un ennesimo strumento di controllo.
D’altra parte il mercato musicale segue le mode, le crea dal nulla, e il suo unico scopo è ormai quello di proporre esempi da seguire, modelli che rispecchino la realtà che il sistema, con la nostra complicità, ha creato.
Questa immagine ci riporta ancora una volta al Club 27 e alle tante teorie estreme nate per dare un senso a questa vicenda; giovani musicisti costretti a scendere a compromessi con il mercato, usati, resi “docili” da droga, alcool e psicofarmaci, e probabilmente “puniti” quando decidono di dare un senso diverso alla loro vita, di uscire fuori dal gioco.
Ovviamente chi conserva ancora nel cuore il periodo d’oro del Rock rifiuterà con forza questa visione delle cose, ma a fronte di una rivoluzione così ampiamente dichiarata, di una apertura delle coscienze, quale è stato il risultato finale? Se il risultato è l’epoca nella quale viviamo, un mondo che ci vide tutti uguali, tutti uniformati, nel quale i livelli culturali precipitano pericolosamente e la libertà di scelta è continuamente influenzata dalla generalizzazione, forse non c’è mai stata una vera rivoluzione.
Il controllo è l’arma più efficace affinché il potere conservi la propria influenza, e in termini di controllo la musica avrebbe moltissime storie da raccontare, testimoni i numerosi fascicoli aperti dall’FBI in relazione a molte star della musica mondiale, una pratica intimidatoria che, di certo non a caso, si intensifica proprio nello stesso periodo della nascita del Rock.
Non a caso Bob Dylan, già dall’inizio della sua carriera, divenne uno dei personaggi più seguiti dall’FBI, e sempre non a caso Joan Baez fu vittima di numerosi episodi di intimidazione da parte del governo e protagonista di oltre mille dossier aperti a suo nome.
Per quale motivo avveniva tutto ciò?
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